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Quel “Patto per la plastica” europeo sulla via del riciclo integrale

“Patto per la plastica”. Così si chiama un accordo internazionale che, sottoscritto anche dall’Italia, può aiutare a fare chiarezza in tema di riciclo della plastica con annesso business.

A proposito di quest’ultimo, è vero che i 50 miliardi di euro previsti come fatturato globale del 2022 da una ricerca di Markets and Markets sono stati ridimensionati da lockdown e pandemia. Dopodiché, è altrettanto importante rammentare i 6,30 miliardi destinati all’economia circolare, e quindi al riciclo, dall’ultima bozza, datata 12 gennaio, del Recovery Plan con cui il governo italiano intende utilizzare i fondi europei stanziati per la ripresa del Paese.

Ecco che, nel momento in cui la bozza troverà attuazione concreta, quel “Patto per la plastica” può assurgere a punto di riferimento tutt’altro che campato per aria. Tanto è vero che, lanciato nel 2019 da Francia e Paesi Bassi, l’European Plastic Plan ha trovato l’adesione dell’Italia e di altri dodici Paesi, nonché di 66 fra multinazionali come Nestlè, aziende e organizzazioni private, attorno a quattro, condivisi obiettivi:

  1. la circolarità degli imballaggi in plastica
  2. l’uso responsabile delle materie plastiche
  3. il riciclo diffuso
  4. l’utilizzazione intensiva del riciclato

Tradotto in pratica, ciò significa impegnare i firmatari a conseguire quattro risultati entro il 2025:

  • il riciclo di tutti gli imballaggi in plastica e i prodotti in plastica monouso
  • la riduzione del 20% dei prodotti in plastica “vergine”, ma anche degli imballaggi (in termini di peso)
  • l’aumento del 25% di riciclo delle materie impiegate per imballaggi e prodotti monouso
  • l’uso di almeno un 30% di plastica riciclata da parte delle aziende

Sulla carta, non occorreva la pandemia per attuare questo Patto attraverso politiche di investimenti nelle infrastrutture di raccolta e riciclo di rifiuti. Ma ora che il covid è in azione, appare chiaro, anche alla luce dei fondi europei in arrivo, come questo accordo possa rientrare tra gli antidoti a un “effetto-virus” rivelatosi critico anche in tema di rifiuti, a cominciare proprio da quelli plastici. Già, perché, in un’Italia chiusa in casa, da una parte è cresciuto l’uso di confezioni e imballaggi, soprattutto in ambito sanitario e alimentare, mentre dalla parte opposta è crollata la domanda di materie prime riciclate all’interno delle filiere industriali. Lo rivela il report della “Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile”, trovando conferma ai propri dati nel nono posto occupato dall’Italia all’interno della top ten 2020 in negativo stilata dalla rivista americana Science Advance relativamente al consumo di plastica pro capite.

Per fortuna ci sono i fondi di un altro piano europeo su cui contare, il Next Generation, destinato a sostenere gli investimenti che in Italia sono indispensabili per realizzare, soprattutto al sud, gli impianti di riciclo e recupero energetico con cui colmare entro il 2035 il vistoso gap patito nei confronti della maggior parte dei partner europei. Secondo uno studio presentato da “Utilitalia”, che è la federazione delle imprese idriche, ambientali ed energetiche, queste strutture mancanti sono in tutto una trentina, suddivise fra termovalorizzatori, finalizzati a produrre energia dal non-riciclabile, e impianti di compostaggio, dove trasformare i rifiuti organici in fertilizzante “compost”.

“Patto per la plastica” e fondi europei forniscono coordinate a un business del riciclo che è solo da incentivare considerando i numeri abnormi con cui ci si cimenta. Valgono per tutti quelli forniti dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, da cui giunge notizia, che su base annua, la plastica nuova prodotta è otto volte quella riciclata. Di fronte a un’emergenza del genere, la filiera non può ridursi al trattamento degli imballaggi, nicchia produttiva in cui l’Italia non sfigura affatto con il suo 46% di riciclo. Occorre ampliare lo spettro delle opportunità alle “altre plastiche”, da sottrarre al ciclo della raccolta indifferenziata attraverso specifici, e possibilmente innovativi, progetti di un’economia circolare sempre più diffusa e inclusiva.

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