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Riciclare gli imballaggi non basta
Tocca alla chimica salvarci dalla plastica

Plastica buona e plastica cattiva negli anni del covid, virus che moltiplica in modo esponenziale i rifiuti derivati dalle filiere alimentari e sanitarie.

Ne esistono infinite tonnellate della prima, quella buona, che possiamo, anzi, “dobbiamo”, riciclare. E altrettante della seconda, quella cattiva, che al momento è destinata a ingombrare solo le discariche della raccolta indifferenziata. Con un’importante sottolineatura: al momento attuale la cosiddetta “plastica buona” deriva quasi esclusivamente dagli imballaggi.

Una pagina del sito di Corepla, il Consorzio nazionale per il recupero degli imballaggi di plastica, fa luce in materia. Qui si apprende che sono riciclabili i piatti e bicchieri di plastica (non le posate), le bottiglie del supermercato, i flaconi di detersivo, le vaschette e le confezioni di alimenti, i container in polistirolo dei gelati, i barattoli di yogurt, gli “shopper” per portare la spesa, le vaschette delle uova, i sacchetti di patatine, i “blister” utilizzati per confezionare (ad esempio certe lampadine), gli involucri di snack e merendine, i sacchetti che avvolgono la pasta da cucinare.

Niente da fare, invece, e freccia rivolta verso l’indifferenziata, per la plastica di innumerevoli oggetti di uso comune, fra cui bacinelle, utensili da cucina, tubi di irrigazione, palloni da gioco, squadre e righelli per il disegno, cartelline, occhiali, posate, giocattoli, penne, siringhe, pannolini e sottovasi.

Questa spartizione aiuta a cogliere meglio il senso di certi numeri, fatti apposta per metterci in guardia. A questo proposito va citata l’ultima edizione del “Rapporto sui rifiuti urbani” redatto dall’ISPRA, l’Istituto superiore per la ricerca ambientale, rimarcando che è stata pubblicata nel 2019, prima quindi di una pandemia di covid fra i cui effetti negativi non mancano, come vedremo più avanti, quelli relativi ai rifiuti. L’ISPRA ci parla dunque di oltre trenta milioni di tonnellate di rifiuti prodotti in Italia nel corso del 2018, e di un 58,1% del totale destinato alla differenziata. All’interno di quest’ultima quantità, quello stesso rapporto rivela che la plastica riciclata equivale appena al 7,4%, per un peso equivalente di 1 milione e 400 tonnellate, quasi interamente costituito da imballaggi, che raggiungono il 94% del totale.

E’ ovviamente presto per confrontare compiutamente questi dati con quelli di un 2020 appena finito, ma sappiamo già che, quando ciò sarà possibile, i bilanci dell’anno del coronavirus saranno probabilmente appesantiti da surplus di rifiuti dovuti alla pandemia stessa. Dovendo qui fare i conti con un fenomeno globale, torna utile citare quanto ha pubblicato il Los Angeles Times a proposito di un sondaggio effettuato nelle prime otto settimane di lockdown a Singapore: qui cinque milioni e mezzo di abitanti hanno conferito 1.470 tonnellate di rifiuti di plastica in più del solito, a causa dell’aumento degli imballaggi e delle consegne a domicilio provocato dalla quarantena. Dato che trova eco nel 62% di plastica in più consumata dai tailandesi nel mese di aprile 2020, secondo quanto riportato dal Thailand Environment Institute, ma anche nel divieto di utilizzare plastica usa e getta emanato negli Stati Uniti dal governatore della California Gavin Newsom. Difficile ipotizzare che ci si trovi di fronte a tendenze diverse anche in un’Italia dove, nell’anno del covid, sono certamente aumentate consegne a domicilio, noché spese alimentari e farmaceutiche.

A tutto ciò rimanda un esemplare articolo di Eugenio Cau pubblicato da Il Post, con la conseguente opportunità di considerare a fondo un report sulla plastica redatto nel 2018 dall’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Qui si apprende che, a livello globale, gli oltre 300 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, stimati per il 2018 dal WWF, producono una percentuale di riciclato compresa fra il 14 e il 18%, una quantità pari al 24% destinata ai termovalorizzatori e, infine, una percentuale compresa fra il 58 e il 62% ammassata nelle discariche o, ancora peggio, dispersa nell’ambiente (con conseguenze catastrofiche come l’isola di plastica grande quanto la Lombardia galleggiante sull’oceano Pacifico).

Il futuro della plastica non può quindi limitarsi alle filiere del riciclo utilizzate da qualche decennio a questa parte, ma deve in tempi brevi allargare lo spettro delle possibilità di riuso. Fa da riferimento in tal senso la Plastics Strategy emanata nel 2018 dalla Commissione Europea, documento che non limita il riciclo ai processi meccanici finora utilizzati, soprattutto per gli imballaggi, ma richiama la possibilità di ricorrere alla chimica. In questa branchia della scienza la ricerca mira a ottenere la scomposizione del rifiuto plastico nei suoi singoli elementi, tramite processi di depolimerizzazione, gassificazione o pirolisi. Sono percorsi in cui iniziano a credere colossi come la multinazionale tedesca BASF, il cui progetto ChemCycling ottiene materia prima dai rifiuti attraverso processi termochimici. Le prime ricadute produttive hanno portato BASF da una parte a mettere in commercio Verbund, olio ottenuto dai rifiuti di plastica, e dall’altra a investire venti milioni di euro in una sinergia con l’azienda hi-tech norvegese Quantafuel, mirata a conseguire nuovi processi di riciclo di plastica mista o sporca.

Per ora sono solo “gocce”, sperando che generino presto una pioggia di soluzioni.

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